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Blog Colpo di Codazzi

Il bicchiere mezzo pieno

È nei momenti difficili che si vede quanto la capacità imprenditoriale e la determinazione di un imprenditore sanno rispondere alle avversità esterne. Mi viene spontanea questa considerazione se analizzo la situazione di indubbia difficoltà in cui versa tutto il mondo produttivo legato alle costruzioni, al lavoro in cava e nei cantieri edili, ma anche alle grandi opere infrastrutturali, in altre parole quello che comunemente viene definito “cava-cantiere”. Un trend europeo che, volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, presenta però in Italia uno scenario che lascia intravedere degli spiragli. Infatti, una volta tanto la spesso deprecata frammentazione delle nostre aziende, il resistente tessuto di piccole e medie realtà che hanno fatto della loro efficienza uno dei cardini della nostra economia, garantiscono capacità reattive che, se in questa particolare congiuntura sono ancora sopite, sono certo sapranno far valere tutto il loro potenziale non appena le condizioni si mostreranno più propizie.

L’attenta gestione che ha sempre caratterizzato queste aziende, le ha portate in questi frangenti a una riduzione degli investimenti, scelta che ha inevitabilmente coinvolto anche il naturale ricambio dei veicoli, solitamente meno utilizzati in termini chilometrici (anche se più “pesantemente”) di quelli impiegati in mission stradali. Non deve quindi sorprendere se i numeri segnano un arretramento rispetto alla totalità del mercato, che pure attraversa una stagione non proprio felice. Ma questi dati non devono trarre in inganno, perché nascondono delle potenzialità pronte a scendere di nuovo in campo non appena gli stimoli della ripresa torneranno a palesarsi.

Certo se guardiamo i dati delle immatricolazioni di veicoli cava-cantiere di questi ultimi anni sono preoccupanti, i numeri denunciano la stasi di un settore che era stato per anni trainante e un chiaro segnale della prosperità della nostra economia. Cercarne le cause è fin troppo semplice e riporta a quelli che sono da mesi, ma ormai possiamo parlare di anni, gli argomenti portanti delle critiche che il mondo dell’imprenditoria rivolge a quello della politica: la mancanza di una reale strategia di sviluppo, l’assenza di incentivi, quando non ci sono addirittura azioni che deprimono invece di stimolare i nuovi investimenti.

Dire che i pareggi di bilancio sono importanti e affermare che non deve però essere sola la parte produttiva del Paese a farsene carico, è ormai esprimere due concetti talmente ripetuti da diventare logori, senza neppure essere stati accreditati dell’attenzione che meritavano. Ma se vogliamo andare all’origine del problema, della crisi del settore edilizio e della mancanza di grandi opere infrastrutturali, non possiamo che rifarci a queste considerazioni. Parlare di ripresa senza investimenti e senza una politica che li incentivi è perdere tempo e la sensazione diffusa è che di tempo se ne è perso e se sta perdendo troppo. La conseguenza di tutto questo è anche nei numeri che ho elencato e che vedono il settore delle costruzioni più penalizzato di altri.

Rimedi? I soliti che tutti sappiamo benissimo essere indispensabili e non rinviabili: tornare a una politica di sviluppo, potenziare le grandi opere infrastrutturali che danno lavoro nell’immediato per realizzarle e poi accrescono la competitività del sistema Paese innescando quel circuito virtuoso tante volte evocato e mai veramente perseguito. Sarebbe sufficiente un segnale e poi sono certo sarà la capacità imprenditoriale e la creatività che ha sempre caratterizzato i nostri operatori a fare il resto. L’Italia ha un bisogno disperato di nuove infrastrutture che uniscano il Sud al Nord e tutto il Paese al resto dell’Europa in modo efficiente: strade e ferrovie, ma anche interporti e porti opportunamente attrezzati per un vero rilancio anche del cabotaggio marino. La loro realizzazione sarebbe già ben più di una semplice “boccata d’ossigeno” per la nostra economia, ma potrebbe essere l’avvio della tanto agognata ripresa che riporterebbe in Italia anche capitali e investimenti stranieri riavviando quel circuito virtuoso, fatti di efficienza e “voglia di fare”, che è sempre stata una caratteristica del nostro tessuto imprenditoriale e che, ne sono certo, sarà ancora l’elemento trainante di una nuova e positiva stagione economica.

 

 

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