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Cogliere le opportunità

L’impegno delle Case produttrici nel garantire il rispetto delle restrittive norme Euro 6 lo si è potuto toccare con mano nella recente edizione dello IAA di Hannover.

Manca ancora più di un anno all’entrata in vigore dei nuovi limiti eppure quasi tutte le Case hanno già presentato i modelli che sarà obbligatorio immatricolare dal primo gennaio del 2014. In alcuni Paesi europei i nuovi veicoli sono particolarmente attesi per la riduzione dei pedaggi autostradali. Da qui l’interesse per dei mezzi che presentano i medesimi vantaggi dei veicoli Euro 5 sul fronte dei consumi, a fronte di un costo di acquisto decisamente superiore.

Un’importante novità che genera anche una pesante contraddizione, certamente non l’unica, del nostro sistema di autotrasporto: imponiamo agli autotrasportatori di rispettare le rigorose scadenze dettate dalla legislazione sulle emissioni inquinanti, ma non diamo nessun incentivo per favorire il ricambio di veicoli che sarebbe l’unica strada per dare davvero all’ambiente un autotrasporto più pulito.

Storicamente il parco circolante italiano è sempre stato uno dei più longevi d’Europa. Individuarne le cause è complesso
perché probabilmente sono più di una: l’elevato numero di imprenditori mono-veicolari, l’alto tasso di conto proprio, la probabile facilità ad aggirare i collaudi periodici che potrebbero essere un valido deterrente alla circolazione di veicoli dichiaratamente obsoleti, non solo sul fronte delle emissioni ma, ancora più grave, pure su quello della sicurezza.

L’autotrasportatore si trova quindi di fronte alla necessità di affrontare un investimento senza averne il minimo vantaggio, soprattutto se le sue rotte sono prevalentemente all’interno del territorio italiano.

Si tratta dell’ennesimo ritardo e non si può certo affermare che sia un problema recente. L’opera di sensibilizzazione per incenti- vare il ricambio del parco circolante più obsoleto è da tempo uno degli argomenti più ricorrenti nei tanti tavoli che discutono la materia, e che vedono coinvolti i rappresentanti del governo, le associazioni dell’autotrasporto e le Case costruttrici.

Adesso che siamo alla vigilia della più importante rivoluzione tecnologica e anche ambientale (le consegne dei primi Euro 6 inizieranno con la prossima primavera), forse sarebbe il caso di riconsiderare l’argomento perché oltre ai benefici per l’atmosfera, potrebbe avere positive ricadute sull’intera congiuntura economica.

In questo contesto, il ritorno del Salone Transpotec & Logitec, in programma presso la storica sede di Verona dal 28 febbraio al 3 marzo del 2013, rappresenta un’occasione da sfruttare per permettere al settore di ritrovare un momento di incontro e business dedicato.

Una manifestazione che deve uscire dalla logica della fiera settoriale fine a se stessa e punti a sviluppare un nuovo modello che abbini alla tradizionale area espositiva e alle prove dei veicoli, servizi dedicati all’incontro tra domanda e offerta, ai reali temi di interesse del settore che in questi momenti complessi non mancano di certo: dall’innovazione alla competitività, dalla soste- nibilità economico-finanziaria dell’attività di autotrasporto alla sicurezza, fino all’internazionalizzazione dell’autotrasporto italiano, magari suggerendo ai suoi protagonisti la “chiave di volta” per riavviare su un mercato globalizzato quel processo di crescita che li aveva fatti grandi in Italia.

Un’apertura di credito in tal senso è quanto mai doverosa perché solo trovando la forza di lasciare da parte campanilismi e interessi personali, troveremo la strada per fare sistema. Noi ce la metteremo tutta. E voi?

 

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Il bicchiere mezzo pieno

È nei momenti difficili che si vede quanto la capacità imprenditoriale e la determinazione di un imprenditore sanno rispondere alle avversità esterne. Mi viene spontanea questa considerazione se analizzo la situazione di indubbia difficoltà in cui versa tutto il mondo produttivo legato alle costruzioni, al lavoro in cava e nei cantieri edili, ma anche alle grandi opere infrastrutturali, in altre parole quello che comunemente viene definito “cava-cantiere”. Un trend europeo che, volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, presenta però in Italia uno scenario che lascia intravedere degli spiragli. Infatti, una volta tanto la spesso deprecata frammentazione delle nostre aziende, il resistente tessuto di piccole e medie realtà che hanno fatto della loro efficienza uno dei cardini della nostra economia, garantiscono capacità reattive che, se in questa particolare congiuntura sono ancora sopite, sono certo sapranno far valere tutto il loro potenziale non appena le condizioni si mostreranno più propizie.

L’attenta gestione che ha sempre caratterizzato queste aziende, le ha portate in questi frangenti a una riduzione degli investimenti, scelta che ha inevitabilmente coinvolto anche il naturale ricambio dei veicoli, solitamente meno utilizzati in termini chilometrici (anche se più “pesantemente”) di quelli impiegati in mission stradali. Non deve quindi sorprendere se i numeri segnano un arretramento rispetto alla totalità del mercato, che pure attraversa una stagione non proprio felice. Ma questi dati non devono trarre in inganno, perché nascondono delle potenzialità pronte a scendere di nuovo in campo non appena gli stimoli della ripresa torneranno a palesarsi.

Certo se guardiamo i dati delle immatricolazioni di veicoli cava-cantiere di questi ultimi anni sono preoccupanti, i numeri denunciano la stasi di un settore che era stato per anni trainante e un chiaro segnale della prosperità della nostra economia. Cercarne le cause è fin troppo semplice e riporta a quelli che sono da mesi, ma ormai possiamo parlare di anni, gli argomenti portanti delle critiche che il mondo dell’imprenditoria rivolge a quello della politica: la mancanza di una reale strategia di sviluppo, l’assenza di incentivi, quando non ci sono addirittura azioni che deprimono invece di stimolare i nuovi investimenti.

Dire che i pareggi di bilancio sono importanti e affermare che non deve però essere sola la parte produttiva del Paese a farsene carico, è ormai esprimere due concetti talmente ripetuti da diventare logori, senza neppure essere stati accreditati dell’attenzione che meritavano. Ma se vogliamo andare all’origine del problema, della crisi del settore edilizio e della mancanza di grandi opere infrastrutturali, non possiamo che rifarci a queste considerazioni. Parlare di ripresa senza investimenti e senza una politica che li incentivi è perdere tempo e la sensazione diffusa è che di tempo se ne è perso e se sta perdendo troppo. La conseguenza di tutto questo è anche nei numeri che ho elencato e che vedono il settore delle costruzioni più penalizzato di altri.

Rimedi? I soliti che tutti sappiamo benissimo essere indispensabili e non rinviabili: tornare a una politica di sviluppo, potenziare le grandi opere infrastrutturali che danno lavoro nell’immediato per realizzarle e poi accrescono la competitività del sistema Paese innescando quel circuito virtuoso tante volte evocato e mai veramente perseguito. Sarebbe sufficiente un segnale e poi sono certo sarà la capacità imprenditoriale e la creatività che ha sempre caratterizzato i nostri operatori a fare il resto. L’Italia ha un bisogno disperato di nuove infrastrutture che uniscano il Sud al Nord e tutto il Paese al resto dell’Europa in modo efficiente: strade e ferrovie, ma anche interporti e porti opportunamente attrezzati per un vero rilancio anche del cabotaggio marino. La loro realizzazione sarebbe già ben più di una semplice “boccata d’ossigeno” per la nostra economia, ma potrebbe essere l’avvio della tanto agognata ripresa che riporterebbe in Italia anche capitali e investimenti stranieri riavviando quel circuito virtuoso, fatti di efficienza e “voglia di fare”, che è sempre stata una caratteristica del nostro tessuto imprenditoriale e che, ne sono certo, sarà ancora l’elemento trainante di una nuova e positiva stagione economica.